erosione

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tutta questa memoria tutta   [ riconosco
il tremore al battito _ misura no ]   e _ tutta
questa carne impropria da domare   [ e tutta
questa finzione da _ ammorbidire da far sparire
da istruire ]   ritagliata debitamente –

delineate –

mentre cammino chiuso ora   [ al centro
di un territorio che ho raso al suolo impunemente ]
paralizzato da un equilibrio insano
profumato in mezzo a corpi   [ fluidi
giocosi esposti al buio ]   nudi che
non percepisco più –

tutta la memoria tutta
la carne entrambe delineate –

se rimanessi attento   [ a voler riprendere
ad esibirmi in tutti i momenti dell’incarnazione ]
e trovarmi evanescente come
uno sbuffo inutile di tempo sprecato
[ e privo delle mani privo della testa
privo del corpo ]   del tutto privo dei battiti –

delineate –

il bitume del tepore della serenità
mi ha asfaltato il cuore   [ striato
maculato come occhio termine ]   peraltro
finito di colpo sopra un muro
senza discutere –

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prenditi cura delle tue fonti

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se provassi a ripetere
irrimediabilmente
il garbo sicuro con cui
ho imparato le leggi del nero
non potrei fare altro che
rileggermi d’un fiato
tutto ducasse

 

[ i canti di maldoror – poema epico in prosa 6 canti
visionari eccentrici | geniali compatti
1869 _ lacroix
poche copie stampate
consegnate a ducasse
paura della censura
1874 _ in belgio
scarso successo
1952  _ accuse di plagio
poesie I / poesie II ]

 

ecco ora comincio .. aprile 2016

“ piaccia al cielo che il lettore, imbaldanzito e diventato momentaneamente feroce come ciò che sta leggendo, trovi, senza disorientarsi, la sua via dirupata e selvatica attraverso gli acquitrini desolati di queste pagine oscure e venefiche; infatti, a meno che non ponga nella lettura una logica rigorosa e una tensione dello spirito pari almeno alla sua diffidenza, le micidiali esalazioni di questo libro gl’imbeveranno l’anima, come l’acqua lo zucchero. non è bene che tutti leggano le pagine che seguono; solo pochi potranno assaporare questo frutto amaro senza rischio.  “

 

[ ducasse muore  nella propria abitazione /  senza altre informazioni | usava scrivere di notte  suonando il pianoforte /  e declamando le composizioni /  ad alta voce nella notte | sento ancora fra le mura /  il rintocco salato del suo sudore /  delle fauci inondate e l’odore
della saliva ]

si è avuto paura che
quella poesia uscisse dai libri
e rovesciasse la realtà

[ ducasse raffigura con la più sconvolgente efficacia l’insurrezione dell’invisibile nella parola contemporanea, strappandola così alla capsula immunitaria in cui vive incastonata sotto l’influsso di una tradizione plurimillenaria ormai prossima all’estinzione, e rendendola programmaticamente infetta, mortifera ]

 

MALDOROR! | mare senza termine! | appressa il suo volto fuligginoso da rinnegato / voltato e rivoltato _ che sia stato mai rinchiuso | fra le sbarre dell’indagine costituita | continuativamente / in modo ostinato | forma il macchinario immane che genera il moto delle frasi | per volgersi dentro il più buio ed accecante degli abissi | egli attira la condizione ispirata / vegetazioni scarnificate | respingendo mano a mano / il soccorso e la punizione | celandosi eludendo | rovesciando fuorviando / conduce a smarrirsi / in meandri indecifrabili | impastando la scrittura con sudore elettrico / mai la coscienza perde la veglia / in un circostanziato metodo / di architetture non scalfite dal sonno letargico | pur essendo strabocchevole _ ridondante _ rutilante affastellata / la scrittura perdura in una tela non definitiva | ricamata col senso rivoltato / su di sé come in una fucina | vento rapinoso della contraddizione | rilanciato in un vorticoso slancio / impera tutto intorno / lo strato lucido del ragionamento ottimizzato | a suo agio / malgrado velocità smisurate / e plastici planando atterraggi | specchio fedele di una lacerazione il suo volume | malessere esistenziale / orgogliosa diversità | l’odio per la società lo emargina | plurima ricorrenza accanto agli stipiti / di una finestra dissestata che da sul mondo | l’odio che fa tremare ogni muro della stanza / non smuove un solo muscolo in ascolto / della sua faccia | la condizione umana rifinita dallo stile / una progressiva degenerazione / come una ferita | ti ho visto disegnato fra le rigature / nel vetro della stanza | allontanante e spregiatore / in aperta offensiva accanto all’odio | convivendo con l’amore che dalle forme inusitate / comunque riesce a crescere / germogli prensili dalle sfidanti cadute | e accanto all’odio / una reale pietà | incolpevole del suo stato di lordura / l’uomo grufola immansito | e persuasori occulti danzano / sulle rotaie spericolate volte ai tramonti ferrosi | minaccia non presupposta di notte | quando al quinto piano sorge un filo / premuroso di fumo verso un foglio inchiodato sulla parete | indistinto e presagio di nettezza d’idee / il brusìo di sottofondo sferragliante / mentre il foglio vibra consistente e certo / in un panorama d’inferno moltiplicato all’unisono | dall’impronunciabile giorno della mia nascita / ho votato alle assi sonnifere un odio irriconciliabile | la percezione di esorcizzare immancabilmente / ogni via d’uscita lasciata aperta | nega a sé stessa l’impronta fuori fuoco della esuberanza immaginifica | sadismo autofagìa / simulazione negazione | non so esser sincero / se non simulando! | prendo forma nella pagina / senza voler esser percepito | osservare tutto come un spettro / rimasto livido e immanente | dappertutto e in nessun luogo | e tutta la frenesia di queste metamorfosi / questo delirio dell’autoperdizione / mi conduce a non riconoscermi dinanzi a me stesso | sfumato in uno specchio / sintomo di irrimediabile dissesto –

in fondo alla caverna
sbrano metafore e altre retoriche
convinto di precedere
un nuovo tipo di autonomia

 

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ANTONIN ARTAUD et NIHIL
a proposito di isidore ducasse e l’impensabile lautréamont

signor nihil    [ – et an JB – ]

ho delle confidenze da farle a proposito dell’impensabile conte di Lautréamont | morto solo / in una camera d’albergo trasudante genio e traboccante orrore / impertubabilità e convinzione caustica | lucidità e programmazione rivoltosa | morto per edema acuto al polmone / mentre l’etere lo disseminava tutto intorno a germogliare | morto per infarto polmonare / una fila di scheletri a misurargli la febbre maligna | vi sono incendi a volte / repentini di foreste | morto in un albergo / inerte elettrico del corpo esterno | setticemia / pancreatico emorragico / organismo che si digerisce da sé / meningite | balzò sù come una furia / allo stridere dei denti dell’universo | prima tacito poi / insurrezionalista una discrepanza della volontà / e il pianeta si ruppe in due / ridendo a crepapelle

Lautréamont s’introduce nell’anima per dinamitarne le ispirazioni | uno sbocco di petrolio dalla bocca decorata col sogno | la minaccia della folgore che spacca il reale | e contro il borghese iniquo stupido / pernicioso idiota / ipocritamente e consapevolmente | sotto gli occhi di tutti / compone la sua volontà effettiva / che non smette di lavorare nel senso ad irrorare intorno / a forza di veleni rimossi / i miasmi pestilenti non più trattenuti finalmente / e lacerare la realtà che si fece malefica!
Lautréamont / e la sua anima d’insorto integro / che l’essere vuole impedire di poter manifestarsi | morto | trasportato in una fossa comune maleodorante in cimitero | spunta la pretesa di scegliersi da sé i demoni / per riprendersi il corpo | fuliggine di un’armata senza numero / brulicante come l’aria del cielo | e bucarne la brina della tomba in cui veniva trattenuta

Lautréamont nelle lettere piene d’accuse | piene d’invettive e sarcasmi / lo stridere amaro di una poesia irriducibile al quotidiano ordinario | che non può parlare di soldi o di affari / senza scalciare con aggressività | e questo gli uomini non l’hanno mai sopportato | se non fosse morto e avesse insistito a vivere / la società non avrebbe perso l’occasione di internarlo | di far credere che fosse malato quando / si sentisse irritata dalla sua voce stridente / a forza di  spingere il vomere incarnato del verbo nel suo stesso cammino insurrezionale | il lirismo come piaga vendicatrice / non vuole essere utilizzato senza fremere | pertinenza intrinseca di essere reclusa dalla realtà | scarnificata come un interno svuotamento

e il borghese va di domenica a passeggio / e adesso il male è fatto | zeppo di carne da soddisfare / finendo di sudarsi il vino della messa | sacca d’influsso saltellante / sacca carnacina sanguinolenta / sacca calcante l’oscena e ripugnante carnazza dell’apologia dell’essere | e Lautréamont nel mentre che il suo cuore di poeta all’incontrario ossificato il suo coercibile contegno / è irrigidito fortificato nel suo smalto legato al motore della vita vera / ecco che il vampiro gli succhia ogni stilla deviata abbevverandosi impropriamente | imbecille matricolato / cafone ritensivo | consigliando a quel cuore pulsante di rientrare nella norma / di non stridere più

é così perché signor nihil / il mondo non ha mai voluto saperne del genio irriducibile di ducasse | e questo mondo ha voluto farla subito finita / con quell’aggressività scaturente da un cuore / che la vita di ogni giorno catastroficamente indispone | e che alla lunga avrebbe finito col trasportare dappertutto / l’orrore delle sue scorticature! Ducasse non era un allucinato / né un visionario | ma un genio / che non smise mai di vedere chiaro / quando guardava e attizzava nel maggese dell’inconscio inutilizzato | il suo / e nient’altro | poiché non c’è nel nostro corpo / un punto in cui incontrarci con la coscienza di tutti | e nel nostro corpo siamo soli | ma questo il mondo / non l’ha mai ammesso

Ducasse è morto di rabbia per aver voluto conservare la propria individualità / a scapito della convinzione delle tigne ignobili dell’essere / invece di diventare l’imbuto del pensiero di tutti | e il nome di Lautréamont fu il primo mezzo per far uscire fuori il cinismo delle sue scorticature / la cinica e insolita diffidenza delle sue scorticature / le spaventose e diffidenti scorticature | per sviare / a svantaggio della coscienza generale | queste le opere arcindividualistiche di Ducasse / poeta reso furente dalla verità | e ora suda e guarda la propria morte / come da un orifizio della sua bara | in qualità di isidore ducasse

 

canto ostinato radicale 2 photo enigma-isidore-ducasse-01_zpsanotofia.jpg

I CANTI DI MALDOROR
di isidore ducasse _ conte di lautréamont
performance permanente
aprile 2016
a cura di
nihilNONorgan
soundscapes + voce
1 _ PIACCIA AL CIELO CHE IL LETTORE
strumentale live electronics
2 _ PRIMO CANTO
su suoni di pianeti e droni casuali
15 _ MALDOROR!
su spazi sonori di eliane radigue
e improvvisazioni elettroniche di nihilNONorgan

QUADERNO NERO

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la propensione alla scrittura non la perdo mai. quella alla musica – esperimenti nell’ambito industriale / post industriale, in quello della musica concreta e del minimalismo, la sperimentazione come punto di partenza .. e naturalmente il punk HC – nemmeno. e poi quella al canto, ma quando mai! e la propensione alle letture? ostinata, non finirà mai. e quella all’amore soprattutto NON finisce. il mio passo non cede. il cuore è ancora colmo. il mio amore non decade. e l’amore è dappertutto.
questi sono testi scritti all’inizio del 2013. li ho riuniti in una raccolta che ho chiamato QUADERNO NERO con una postfazione di carmine mangone, amico fraterno e compagno di scorrerie poetico-elettroniche memorabili con PNG, che mi onora. l’ho stampata nel novembre 2015, si tratta di una autoproduzione, fuori con il nome nihilNONorgan INDUSTRIE, tiratura limitatissima, per il momento. ne metto qui giusto uno stralcio a caso. adieu

 

 

1.

pilotato da altezze senza regola
ho prosciugato il mondo [ il mio
è stato un micropotere in decadenza
da subito
] mentre uno solo dei canali
mi dissetava univoco [ senza
condizioni
] senza interesse –

prendendomi le macerie intorno
ho riempito tutto il vuoto [ il mio
è sempre stato un po’ pieno
] mentre ora
fin dal principio [ senza
condizioni
] cerco di riassorbire
il carattere deforme conseguente –

a che serve allora stare ancora qui [ con la
scrittura
] a scremare le impurità a
riprendere da capo una consistenza
risultata da subito _ senza forma?

 

2.

un tempo m’accorsi formandomi
[ nuotandoci contro gridando nel liquido ] de
l’inutilità sostanziale di cose come la fede o
l’altruismo il credo [ ogni stanza piena di gente ]
e cominciò a formarsi stagliata scoccata
una corazza di marmo generata [ in sonno
dentro la luce _ al centro di tutto quanto
] dal tempo
costantemente e _ ostile [ circondato tutto il cuore
la mia forma semiaddormentata
] e quantunque
venissi trasportato da un enorme numero di corpi
la mia mano non stringeva niente [ avvertivo soltanto
l’immobilità _ conficcata nella notte come un cuneo
] e
sperando di vedere luce in quella macchia di
buio statico atroce mi convinsi _ di poterla attaccare
quella mancanza senza più forma –
poi _ il fiore della mia bocca [ mentre asciugo
macchinalmente lacrime con l’altra mano
] cominciò
a profumare [ cessando di essere infelice ]
come profumano le maree lunari
che m’invento

 

3.

[ per poi finire profetico come _ una ragione guasta ]

per finire come una melma
per la strada increata vibratile –
in una espansione totale far fibrillare
il cuore che sto cercando che non c’è –
in una proiezione di lanci di rifrazioni
senza motivo ancora cerco di capire –
briciole incollate alle labbra vibrano
provano l’istante come indignazione
cresce assieme al bisogno marcato
il rilievo delle stomacature –
ci fosse soltanto un rumore pneumatico
che valga come cenno d’intesa potrei
rimuovere qualcuno di quegli annunci
come se si andasse un po’ più oltre
più verso _ una radice? cosa?

[ non gl’interessava neppure _ difendersi più ]

 

4.

dalla mia stessa forma proviene [ li ho azzerati li ho
annientati
] il risultato della mia immobile
trascuratezza [ la bocca su un’altalena
si apriva e oscillava nel canto
] eppure
sempre più caparbiamente contavo su
la direzione giusta [ mi pareva di sentire
anomalie nella mia circolazione sanguigna nella
increspata discesa di tutto quel flusso rosso
]
quella considerata dal mio tramonto come
la più blindata [ lo stato di allarme perenne in cui vivo
mi condiziona facendomi poltiglia cieca
] e
senza essere obbediente [ crudo ] confermo
l’incomunicabilità

 

5.

a qualsiasi ora del giorno
ogni rintocco vicino [ che ritengo
rischios
o ] si distingue dalle impronte
che il mio corpo lascia
come [ abbandonate le tappe verso
la morte attuale
] una caduta originaria
che soltanto si sforza ad uscirne
dalla palude disperante della storia
con notevole precisione [ e forgiando
dissipatezze rancorose
] si spera

 

6.

se potessi incolparmi da solo [ e poi
riprendessi il fiato
] rovesciarmi addosso
le colpe di tanta monotonia [ sarebbe
un odore diverso quell’odore dalle viscere
]
potrebbe essere [ alla fine _ mentre annodo
le inconsistenze
] che NON mi chiudo ma
vigilo l’entrata della mia fine [ sterile eco ]

 

7.

mi son sentito impallidire
nell’invenzione dei miei ultimi
detriti. camminavo avanti e indietro
credendo di morire. in mano
un telo nero e _ con la bocca insanguinata.
in quell’istante di [ scambiato rimosso
mi rifacevo dal nucleo più infondo
] feconda
imprevista concentrazione mi apparve
un semimondo concreto dalle articolazioni
deliranti e tumultuose. non avevo
ancora parlato a nessuno di quelle
costellazioni increate per le quali [ vero intero ]
avrei potuto anche scambiarti
nelle fredde notti solitarie.

 

 

alle prese con il festival SOLO IL MIO NERO seconda edizione

[ _ anche in un ipotetico
scambio di prove col padreterno
potrei avvenire come _ titolo a parte
di un qualche vangelo dissotterrato
da un qualche editore ricucito
ricompattato

se qualcuno si permettesse
di ridipingermi come una truffa
proverei soltanto _ un deja vu

– l’intransigenza del mio tempo
mi richiede l’annichilimento
l’ essere una _ caricatura psicologica
mentre io quel vuoto lo vedo
lo percepisco come schema come
affermazione da tutti evasa che io
non ho intenzione di assolvere –

l’irriducibilità del _ diversamente
abile a cui si son rovesciati _ i termini
la sovrapposizione fra _ tedio
e disumana appartenenza
e la consapevole attitudine
di volersene stare a parte _ altrove
con l’arco e le frecce incendiarie
della propria faccenda edificante :
sovrapporre al massimo
le tensioni _ riempire
con la dedizione _ tutto questo
vuoto morto _ ]

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ho cercato di darmi pace ogni volta che ero certo che sarebbe stata l’ultima volta. apparire ignobile ai miei stessi occhi _ mi sarebbe costato sofferenze impraticabili. ripensarci e ripensarci, ma non giungere mai a quel punto venerabile, quel punto dove s’incontrano i lividi dell’emozione, l’attraverso che si ferma, l’inevitabile che si dirige verso l’esordio degli esordi, il racconto delle ore, il diario di chi ancora – come una febbre – si porta avanti quest’urgenza dell’espressione. a che serve? salvo o perduto che io sia è pur sempre un analgesico, e serve per sentirmi ancora indivisibile e baricentrico, indistinguibile e fluido. oppure nuovamente stroncato, collassato. esistesse una preghiera, la frantumerei con l’ostilità dell’ombra che non si crea. un totale desiderio di essere quel corpo senza ombra. che non lasci traccia, ma senza nascondermi. così, proprio quando per l’ennesima volta pensavo che avrei passato ore migliori lasciandomi alle spalle tutti questi anni di produzioni, e sentirmi libero da questa urgenza costante irriducibile e insurrezionale, ecco che il fuoco cova sotto la cenere.

[ e insieme a due amici industriali condivido l’organizzazione di questo secondo festival di cultura industriale SOLO IL MIO NERO: per otto mesi – una volta al mese – otto progetti di musica elettronica industriale, ispirandosi a un film a loro scelta, performeranno nei locali della cineteca sarda. proiezione del film, o di un suo montaggio, e sonorizzazione dal vivo. tutto è venuto fuori così semplicemente che siamo rimasti quasi basiti. gli amici dalla penisola verranno a loro spese, e non percepiranno alcun compenso. l’ospitalità della cineteca sarda è stata impagabile. e noi ci mettiamo il resto: HierruNieddu, la nostra associazione di cultura industriale. cominciamo il 20 ottobre con Svart1, alle prese con Repulsion di roman polanski. noi della Brigata Stirner saremo il 23 marzo dell’anno prossimo, con Yuke yuke nidome no shojo, di koji wakamatsu. ]

allora, come una suprema unica risposta, mi son seduto di fronte alla mia voce che non respira mai, se non con la necessità immisurabile sempre tonante che crepita nell’aria e scortica l’asfalto, di riempire tutto questo nulla. e ho accettato una volta di più l’impegno, la concretezza, la coscienza che questo è il mio mondo, la mia unica natura. a volte mi accorgo immediatamente se devo portarmi dietro questo tormento benigno, e se il movimento dentro può rovesciare del tutto il desiderio della quiete, del niente e basta. mi prende l’ansia quando ci penso. in realtà sono ancora vivo. ecco cosa.

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LA GHIANDOLA DI MEIBOMIO : le paratie infiammate dell’organo della visione

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LIPOGRANULOMA

osservare da questo mondo [ la nostalgia è
chiamarsi a volte _ recinto a volte ] l’ingresso favorito
stipula un contratto di [ rifugio ]
affascinante frenesia da rammollimento

mi mostrerei più accomodante se [ e l’esplorazione
degli addii a volte ] conferissi al vuoto un carattere
più convulso più trascinato _ scoppiato
[ e sono un mare senza confine ] mentre provo per il mio corpo
un allettante meccanismo per [ a parte il rigetto blefariteo ]
infrangere i principi difettosi

nel luglio del 2010 mi accorsi della presenza di un piccolo rigonfiamento sul bordo della palpebra inferiore dell’occhio destro. non avevo idea di cosa fosse. probabilmente una roba passeggera che in pochi giorni scompare, pensai. qualcosa come un orzaiolo insomma. qualche impacco con la camomilla e finisce lì. non mi preoccupai, confidando nel fatto che sarebbe andato via da sé, senza bisogno di farmaci. allora avevo l’abitudine di comportarmi nella vita come un animale. registravo ogni intervallo di tempo con quello che riuscivo a distruggere. l’apogèo dell’oltre. l’aldilà del tempo. il drosometro della mia stessa intelligenza. vuota ma sempre in movimento, brumosa. il caso volle che in quei giorni incontrai il mio amico stefano, informatore farmaceutico per oculisti, primo chitarrista di Hannibal the Cannibal, il mio gruppo hardcorepunk degli anni ’90. mi confermò ciò che nel frattempo avevo scoperto, e cioè che si trattava di un calazio, ovvero di una cisti dovuta all’infiammazione della ghiandola di meibomio; succede che il dotto escretore di questa ghiandola si otturi per varie cause (alimentazione disordinata, stress), causando un’infiammazione che porta poi alla formazione di queste cisti della dimensione di una lenticchia o di un cece, nei casi più evidenti. feci una cura col betabioptal, che stefano mi consigliò. la feci con diligenza e dedizione, ma il risultato fu che tale rigonfiamento crebbe abbastanza da farlo diventare più evidente e fastidioso. e in più al suo fianco ne comparve un altro, dall’aspetto simile ma di dimensioni ridotte. non andai dall’oculista, il fastidio era soltanto estetico. lasciai perdere insomma. cementato da una sabbia necrobiotica. oggetto di studio per terremoti. guaio. passò qualche mese ed entrambi i miei primi calazi scomparvero dalla palpebra inferiore dell’occhio destro, con un bel sollievo da parte mia. già. non passarono due settimane, e altri due ne comparvero nella inferiore dell’occhio sinistro. piccoli e arrossati. e dopo qualche tempo nella palpebra superiore: due della dimensione di una piccola lenticchia, non arrossati e quasi invisibili: me ne accorsi sfiorandola. la faccenda si faceva un po’ più seria. la palpebra dell’occhio sinistro era un po’ calata. e poi anche nella superiore destra sentivo qualcosa che cresceva. e crebbe. deficienza della capacità mnemonica. diretto rapporto con quella. correzione e recupero. ecco.

siamo arrivati così al febbraio 2012. basta. vado dal mio medico, sergio, ci conosciamo da quando eravamo ragazzini. mi prescrive il tobradex. curo il malanno per una settimana. il risultato fu un deciso peggioramento in tutti e due gli occhi. cazzu basta. ci vuole l’oculista. vado da mariano, amico dai tempi dell’università, saxofonista del Quartetto Cera, anni 90. mi visita: sono calazi e sono da operare. prova comunque una cura a base di tobradex unguento, mi dice. per 2 settimane metto negli occhi questa specie di gel che mi procura fastidi insopportabili (il live set della brigata stirner del 15 marzo e il reading la quinta luna di saturno del 23 e memento del 24 li ho fatti con gli occhi invasi da questa roba appiccicosa). ma ancora nessun risultato, bisogna incidere. mariano mi indica la clinica lai, ma tutti mi consigliano di andare al civile s.giovanni di dio, dove ci sono gli oculisti migliori. vado al civile: accettazione, pronto soccorso e fissiamo data per l’intervento: il 31 maggio. elettrocardiogramma e analisi. come i comuni millepiedi. visita e poi il taglio. nessun dolore, fastidio discreto. e finalmente mi rilasso un po’, convinto che avrei rivisto la palpebra del mio occhio destro nuovamente come prima. proprio così. dopo tre settimane l’occhio è ancora gonfio. sono preoccupato e nervoso. ritorno al pronto soccorso oculistico per farmi visitare. niente di grave, mi dicono, può succedere una degenza più lunga del solito. mi prescrivono il blephagel, serve per aiutare a liberare i dotti delle ghiandole; se li ho ancora otturati sono a rischio. di altri calazi e di blefarite. il pulitore omeotermico della tecnopatìa. ristagno e disgrazia. microclimi. il 5 luglio sono di nuovo in clinica oculistica per il secondo intervento. al destro già operato mi diagnosticano una blefarite. non ti dico del piacere che mi procura il dito inguantato nel lattice della dottoressa in camice, dentro il mio occhio, vicino alla caruncula, a rivoltare la palpebra danneggiata e .. non vedere che blu, solo blu solo blu solo blu .. e la luce del biomicroscopio. la minaccia del tonometro. e più tardi in sala operatoria per il sinistro, l’anestetico salvatore, l’iniezione quasi indolore dell’altra anestesia, e l’incisione sulla palpebra sinistra superiore e su quella inferiore. dieci minuti, nessun dolore sì. ma l’immagine dell’esordiente che mi opera avvolta in una nebbia lacrimale: ti ho vista che lavoravi su di me, col tuo bavaglio la tua cuffia verde e i tuoi occhiali chirurgici binoculari! ti ho vista, proprio col mio occhio sinistro aperto! con tutto questo sangue non vedo niente! hai detto. eri così dolce .. tutto a posto. poi mi prescrive, come per la prima volta, il betabioptal per 5 giorni: 3 gocce al giorno nel sinistro. non son riuscito a salutarti. e 3 gocce al giorno poi, di alfaflor collirio nel destro per 7 giorni, per curare la blefarite. oggi 13 luglio 2012, dopo 2 anni, i miei occhi non sono ancora del tutto normali, ma sembra che piano piano ritornino ad avere un aspetto decente.

sembra anche a me che non ci sia alcun nesso fra questo racconto e la mia ultima microraccolta di strane poesie in scenari sonori industriali LA GHIANDOLA DI MEIBOMIO. ma ho dato titoli e immaginario legati a questa esperienza perché mi son convinto che questa mia apatia estiva possa essere risolta anch’essa con una sorta di piccolo intervento chirurgico indolore, per poter ricreare lo stato della visione del pensatore radar. questi 13 testi saranno accompagnati da 13 tracce sonore di matrice power electronics e industrial. ritengo che anche tali tracce abbiano lo stesso scopo dei testi poetici, cioè quello di sforzarmi di vedere bene, liberando la visione dalle infiammazioni fastidiose. nessuna intenzione di creare un nuovo genere letterario affine alla poesia, né tantomeno di essere considerato un esponente di punta dell’industrial italiano. io sono un artigiano primitivo, lavoro con gli strumenti che ho a disposizione. e m’importa del risultato, non del mezzo che uso per ottenerlo. l’idea è quella di produrre un CDr con libretto dei testi corredato da immagini, a nome nihilNONorgan. edizione ultralimitata per pochi amici. tutto dovrebbe esser pronto per fine anno, insieme alla perfo/visita oculistica, lettura e i miei suoni dal vivo, che sto già immaginando. un modo come un altro per restare vivi.

BETABIOPTAL pt1

indubbiamente inconciliabile descrivo [ potrei senz’altro
trovare il mio soddisfacimento ] il momento di debolezza
che ha aggredito la linea di panorama [ opponendomi
a questo stato sperperato ] insorta con sveltezza

io mi chiedo
DOVE
son finiti i miei
sentimenti

anche in ospedale [ e le scorribande aristocratiche
del pensiero indotto freneticamente ] ci sono
sensi unici nascosti alle cortecce forti [ puzzano di
malferme ideologie dentro il coro ] e ormai
dentro di me si è sviluppata [ spontanee ]
l’indifferenza

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IL CLUB DEL SUICIDIO _ nuova traccia di nihilNONorgan

shinya T

shinya tsukamoto

alla fine si scelga entrambi la stessa direzione. e ci si scontri. da una sera anonima, tanti anni fa _ è sbucato tetsuo a riempire una zona del mio immaginario. un tubo terminante in un getto maleodorante e misterioso. un’esplosione nevrotica di prospettive disastrose. una cassetta buttata nel videoregistratore alla vola. io e mio fratello _ ad ammirare tanto incanto industriale. non sapevo neanche chi fosse il regista allora, ma l’habitat mi era assolutamente familiare. il prossimo 3 maggio _ il progetto che non ha né nome né componenti stabili, performerà live una colonna sonora nuova di zecca. un’interpretazione assolutamente personale _ per ognuno di noi. non c’era mica bisogno di farne un’altra _ di colonna sonora. quella di chu ishikawa è straordinaria. ma ne avevamo voglia, e tutto è stato composto. 9 minuti a testa _ più coda infernale tuttinsieme [ svart1 + waves on canvas + nihilNONorgan + khil + scam. ]. la mia traccia si chiama il club del suicidio, ed è un rimando a sion sono _  regista giapponese che ha confezionato un’altra membrana ignobile _ nella mia cattedrale flessibilissima e infernale.

[ l’esperienza concreta della luce
serviva contemporaneamente
a incontrare il pensiero e
rifarlo daccapo ricostruendolo ]

IL CLUB DEL SUICIDIO : tetsuo. the master musicians of joujouka. australian didgeridoo. ancient japanese court music. absynth 4. suicide club. monotron korg + DR400 behringer et MD2 boss. mestesso. 9 min 45 sec.

sion sono

sion S