prenditi cura delle tue fonti

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se provassi a ripetere
irrimediabilmente
il garbo sicuro con cui
ho imparato le leggi del nero
non potrei fare altro che
rileggermi d’un fiato
tutto ducasse

 

[ i canti di maldoror – poema epico in prosa 6 canti
visionari eccentrici | geniali compatti
1869 _ lacroix
poche copie stampate
consegnate a ducasse
paura della censura
1874 _ in belgio
scarso successo
1952  _ accuse di plagio
poesie I / poesie II ]

 

ecco ora comincio .. aprile 2016

“ piaccia al cielo che il lettore, imbaldanzito e diventato momentaneamente feroce come ciò che sta leggendo, trovi, senza disorientarsi, la sua via dirupata e selvatica attraverso gli acquitrini desolati di queste pagine oscure e venefiche; infatti, a meno che non ponga nella lettura una logica rigorosa e una tensione dello spirito pari almeno alla sua diffidenza, le micidiali esalazioni di questo libro gl’imbeveranno l’anima, come l’acqua lo zucchero. non è bene che tutti leggano le pagine che seguono; solo pochi potranno assaporare questo frutto amaro senza rischio.  “

 

[ ducasse muore  nella propria abitazione /  senza altre informazioni | usava scrivere di notte  suonando il pianoforte /  e declamando le composizioni /  ad alta voce nella notte | sento ancora fra le mura /  il rintocco salato del suo sudore /  delle fauci inondate e l’odore
della saliva ]

si è avuto paura che
quella poesia uscisse dai libri
e rovesciasse la realtà

[ ducasse raffigura con la più sconvolgente efficacia l’insurrezione dell’invisibile nella parola contemporanea, strappandola così alla capsula immunitaria in cui vive incastonata sotto l’influsso di una tradizione plurimillenaria ormai prossima all’estinzione, e rendendola programmaticamente infetta, mortifera ]

 

MALDOROR! | mare senza termine! | appressa il suo volto fuligginoso da rinnegato / voltato e rivoltato _ che sia stato mai rinchiuso | fra le sbarre dell’indagine costituita | continuativamente / in modo ostinato | forma il macchinario immane che genera il moto delle frasi | per volgersi dentro il più buio ed accecante degli abissi | egli attira la condizione ispirata / vegetazioni scarnificate | respingendo mano a mano / il soccorso e la punizione | celandosi eludendo | rovesciando fuorviando / conduce a smarrirsi / in meandri indecifrabili | impastando la scrittura con sudore elettrico / mai la coscienza perde la veglia / in un circostanziato metodo / di architetture non scalfite dal sonno letargico | pur essendo strabocchevole _ ridondante _ rutilante affastellata / la scrittura perdura in una tela non definitiva | ricamata col senso rivoltato / su di sé come in una fucina | vento rapinoso della contraddizione | rilanciato in un vorticoso slancio / impera tutto intorno / lo strato lucido del ragionamento ottimizzato | a suo agio / malgrado velocità smisurate / e plastici planando atterraggi | specchio fedele di una lacerazione il suo volume | malessere esistenziale / orgogliosa diversità | l’odio per la società lo emargina | plurima ricorrenza accanto agli stipiti / di una finestra dissestata che da sul mondo | l’odio che fa tremare ogni muro della stanza / non smuove un solo muscolo in ascolto / della sua faccia | la condizione umana rifinita dallo stile / una progressiva degenerazione / come una ferita | ti ho visto disegnato fra le rigature / nel vetro della stanza | allontanante e spregiatore / in aperta offensiva accanto all’odio | convivendo con l’amore che dalle forme inusitate / comunque riesce a crescere / germogli prensili dalle sfidanti cadute | e accanto all’odio / una reale pietà | incolpevole del suo stato di lordura / l’uomo grufola immansito | e persuasori occulti danzano / sulle rotaie spericolate volte ai tramonti ferrosi | minaccia non presupposta di notte | quando al quinto piano sorge un filo / premuroso di fumo verso un foglio inchiodato sulla parete | indistinto e presagio di nettezza d’idee / il brusìo di sottofondo sferragliante / mentre il foglio vibra consistente e certo / in un panorama d’inferno moltiplicato all’unisono | dall’impronunciabile giorno della mia nascita / ho votato alle assi sonnifere un odio irriconciliabile | la percezione di esorcizzare immancabilmente / ogni via d’uscita lasciata aperta | nega a sé stessa l’impronta fuori fuoco della esuberanza immaginifica | sadismo autofagìa / simulazione negazione | non so esser sincero / se non simulando! | prendo forma nella pagina / senza voler esser percepito | osservare tutto come un spettro / rimasto livido e immanente | dappertutto e in nessun luogo | e tutta la frenesia di queste metamorfosi / questo delirio dell’autoperdizione / mi conduce a non riconoscermi dinanzi a me stesso | sfumato in uno specchio / sintomo di irrimediabile dissesto –

in fondo alla caverna
sbrano metafore e altre retoriche
convinto di precedere
un nuovo tipo di autonomia

 

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ANTONIN ARTAUD et NIHIL
a proposito di isidore ducasse e l’impensabile lautréamont

signor nihil    [ – et an JB – ]

ho delle confidenze da farle a proposito dell’impensabile conte di Lautréamont | morto solo / in una camera d’albergo trasudante genio e traboccante orrore / impertubabilità e convinzione caustica | lucidità e programmazione rivoltosa | morto per edema acuto al polmone / mentre l’etere lo disseminava tutto intorno a germogliare | morto per infarto polmonare / una fila di scheletri a misurargli la febbre maligna | vi sono incendi a volte / repentini di foreste | morto in un albergo / inerte elettrico del corpo esterno | setticemia / pancreatico emorragico / organismo che si digerisce da sé / meningite | balzò sù come una furia / allo stridere dei denti dell’universo | prima tacito poi / insurrezionalista una discrepanza della volontà / e il pianeta si ruppe in due / ridendo a crepapelle

Lautréamont s’introduce nell’anima per dinamitarne le ispirazioni | uno sbocco di petrolio dalla bocca decorata col sogno | la minaccia della folgore che spacca il reale | e contro il borghese iniquo stupido / pernicioso idiota / ipocritamente e consapevolmente | sotto gli occhi di tutti / compone la sua volontà effettiva / che non smette di lavorare nel senso ad irrorare intorno / a forza di veleni rimossi / i miasmi pestilenti non più trattenuti finalmente / e lacerare la realtà che si fece malefica!
Lautréamont / e la sua anima d’insorto integro / che l’essere vuole impedire di poter manifestarsi | morto | trasportato in una fossa comune maleodorante in cimitero | spunta la pretesa di scegliersi da sé i demoni / per riprendersi il corpo | fuliggine di un’armata senza numero / brulicante come l’aria del cielo | e bucarne la brina della tomba in cui veniva trattenuta

Lautréamont nelle lettere piene d’accuse | piene d’invettive e sarcasmi / lo stridere amaro di una poesia irriducibile al quotidiano ordinario | che non può parlare di soldi o di affari / senza scalciare con aggressività | e questo gli uomini non l’hanno mai sopportato | se non fosse morto e avesse insistito a vivere / la società non avrebbe perso l’occasione di internarlo | di far credere che fosse malato quando / si sentisse irritata dalla sua voce stridente / a forza di  spingere il vomere incarnato del verbo nel suo stesso cammino insurrezionale | il lirismo come piaga vendicatrice / non vuole essere utilizzato senza fremere | pertinenza intrinseca di essere reclusa dalla realtà | scarnificata come un interno svuotamento

e il borghese va di domenica a passeggio / e adesso il male è fatto | zeppo di carne da soddisfare / finendo di sudarsi il vino della messa | sacca d’influsso saltellante / sacca carnacina sanguinolenta / sacca calcante l’oscena e ripugnante carnazza dell’apologia dell’essere | e Lautréamont nel mentre che il suo cuore di poeta all’incontrario ossificato il suo coercibile contegno / è irrigidito fortificato nel suo smalto legato al motore della vita vera / ecco che il vampiro gli succhia ogni stilla deviata abbevverandosi impropriamente | imbecille matricolato / cafone ritensivo | consigliando a quel cuore pulsante di rientrare nella norma / di non stridere più

é così perché signor nihil / il mondo non ha mai voluto saperne del genio irriducibile di ducasse | e questo mondo ha voluto farla subito finita / con quell’aggressività scaturente da un cuore / che la vita di ogni giorno catastroficamente indispone | e che alla lunga avrebbe finito col trasportare dappertutto / l’orrore delle sue scorticature! Ducasse non era un allucinato / né un visionario | ma un genio / che non smise mai di vedere chiaro / quando guardava e attizzava nel maggese dell’inconscio inutilizzato | il suo / e nient’altro | poiché non c’è nel nostro corpo / un punto in cui incontrarci con la coscienza di tutti | e nel nostro corpo siamo soli | ma questo il mondo / non l’ha mai ammesso

Ducasse è morto di rabbia per aver voluto conservare la propria individualità / a scapito della convinzione delle tigne ignobili dell’essere / invece di diventare l’imbuto del pensiero di tutti | e il nome di Lautréamont fu il primo mezzo per far uscire fuori il cinismo delle sue scorticature / la cinica e insolita diffidenza delle sue scorticature / le spaventose e diffidenti scorticature | per sviare / a svantaggio della coscienza generale | queste le opere arcindividualistiche di Ducasse / poeta reso furente dalla verità | e ora suda e guarda la propria morte / come da un orifizio della sua bara | in qualità di isidore ducasse

 

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I CANTI DI MALDOROR
di isidore ducasse _ conte di lautréamont
performance permanente
aprile 2016
a cura di
nihilNONorgan
soundscapes + voce
1 _ PIACCIA AL CIELO CHE IL LETTORE
strumentale live electronics
2 _ PRIMO CANTO
su suoni di pianeti e droni casuali
15 _ MALDOROR!
su spazi sonori di eliane radigue
e improvvisazioni elettroniche di nihilNONorgan
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