QUINTO. concorrenza o associazione?

sento poco ormai
da quei richiami un tempo il senso
e poi le scorrerie entusiastiche
delle convinzioni stampate
sul monolite della mia forza.

sento poco ormai
da sveglio quei richiami al tempo
che sviscera ogni giorno
ciò che prima chiamavo emozioni
ora invece blandi richiami
di robe perdute sensi acquisiti male
rovesci alla luce delle ore
da solo sempre più solo.

nelle parole che oggi
di chiara luce voglion vibrare
ancora cerco di connettermi dunque
aspettandomi che cosa da me
se non che sento poco oramai
sento talmente poco
che alla vista del mio transito
il cuore si disperde si rilascia
senza permettermi più un tremito
di entusiasmo della luce.

sento poco ormai
il ciclo vuol conchiudersi
l’afflato consolidato mi
determina in un blocco nero.

QUARTO. una spettrale immaterialità

Indago con Stirner e Bazzani la latenza dell'ulteriorità, rispetto ad ogni dato che richiami alla generalità, senza fare una proposta, né progetto. L'ulteriorità potrebbe indebolirsi favorendo il ritorno al l'essere-forma e alla sua – appunto – generalità. Ed essendo presente la latenza in tale ulteriorità, ecco che tale indagine si rivela come eccentricità assoluta, come irriducibilità ad ogni tentativo di ricerca di universalità. Si è oltre la forma, che è sottoposta al vaglio distruttivo di questa critica radicale. Il senso della forma si infrange sull'infrangibile solidità del mio io, me stesso, la mia propria corporeità, la mia propria carne, che non è mai forma, bensì il centro di per sé, per me. Le forme infatti non si determinano mai sulla mia carne, dunque su me stesso, poiché esse negano il sè dell'io. E perciò non hanno alcun potere su di me.
Questa indagine - nella sua latente ulteriorità - si connota dunque come controtendenza al discorso del potere, alla sua autoimposizione eterna, alla sua presunta "naturalità", alla sua sacra "immaterialità", alla sua immateriale "sacralità", alla sua autoreferenziale "spettralità". Il potere è forma e materia, e la materia è la traduzione della forma. Il coagularsi perpetuo in forme storico-esistenziali a priori rappresenta il dispositivo materiale di questa traduzione, di cui il potere si alimenta. La modernità declina, per putrefarsi nell'omologazione massiva dell'oggi, nelle ideologie globalizzanti: l'organizzazione dei totalitarismi, delle democrazie di massa, del loro autoriprodursi, del loro reiterarsi, il continuo ripetersi attraverso il consumo, e conseguentemente, la scarnificazione dell'ethos e dell'individuo sono gli unici depositari di senso ammessi. Il concetto ordinario di realtà, proprio della comune opinione, riflette la rete immateriale del discorso del potere, che è un ordine di precedenza rispetto alla vita della mia "carne", costituendo quell'ethos in cui l'ente si trova gettato. È qui che il soggetto individuale è imprigionato in un processo di continua nullificazione, che lo fa attore e ostaggio. Il discorso del potere così si articola, nelle sue pratiche materiali, come organizzazione di enti scarnificati, violenta per natura sua propria, assumendo la valenza immateriale della forma scarnificata, la figura del corpo e della mente di un nulla. Dunque, né più né meno che il quadro sociale, politico, culturale, di senso che la nostra epoca sta vivendo, il globale dislocarsi e strutturarsi di una "soggettività tecnica", che "scorporizza" il soggetto individuale, riducendolo al nulla della riproduzione e del consumo.
Oggi questa "immaterialità" è la pubblica opinione, la cultura di massa omogeneizzata. Ed è per questo che c'è bisogno di un senso di latente ulteriorità. C'è bisogno di una iconoclastica pulsione di oltre, di una parola che non si può non ascoltare perché è accompagnata da un gesto non condiviso, perché si unisce ad un gesto "orribile" di un "egomane", uno "psicopatico grave" che dice a voce alta "io sono io, nulla m'importa oltre me stesso", il gesto perentorio e improvviso che cattura l'attenzione obbligando all'ascolto e rompendo l'unificazione massiva. C'è bisogno di un tipaccio indisponente che non propone nulla, fuorché se stesso, che non ha la pretesa di insegnare la prospettiva migliore, qualcuno che possa interrompere la significanza a senso unico, in sé priva di senso, e riempita artificiosamente di un senso surdeterminato.

il dominio.   la gerarchia

La gerarchia è il sacro, l'anteposizione agli individui, la sovrapposizione di una determinazione generale. Essa antepone e sovrappone agli individui lo stato (le leggi), la società (l'associazione dei lavoratori), e l'uomo (l'umanità): la celebrazione della "società degli straccioni" (cioé la società di coloro che si riconoscono come individui solo nella misura in cui si disconoscano come individui propri, che si omologano, si omogeinizzano) è la negazione assoluta e totale dell'individualità singolare, della differenziata unicità propria, della proprietà di sé. L'individuo non dimora più in sé stesso, la proprietà di sé continua ad essere disconosciuta, la sua singolarità è ridotta a brandelli, e con questi stracci copre il corpo e il proprio pensiero, poiché solo così la divina società del liberalismo e del comunismo, e poi del fascismo e del democratismo, e del globalismo e dell'antiglobalismo, lo riconosce in quanto individuo. 
Se questo è l'esito del percorso, ecco la scaturigine, il vizio originario insito nel concetto di rivoluzione. Con la rivoluzione in sé e per sé, la sostituzione delle gerarchie lascia inalterata la sussistenza della gerarchia in quanto tale. Essa non è mai affermazione dell'individuo, ma sempre affermazione di forme generali, dunque di dominazioni. Il problema è sempre il dominio, e oltre questo può esservi soltanto la ribellione, la rivolta, la sollevazione individuale, e la radicale indifferenza nei riguardi di qualsivoglia potere che renda impermeabili al contenuto alienante, deindividualizzante, insieme al discorso del potere e alle logiche rivoluzionarie di controtendenza, che sono interne nondimeno al discorso del potere. Ci sono quattro indagini che si possono fare:


1)   critica della negazione della proprietà.
Un individuo privo di proprietà neppure è pensabile. Esso è tale soltanto nella misura in cui sia proprietario di qualcosa, al di là delle determinazione sociale della proprietà stessa, delle forme storiche che essa assume. L'intelleggibilità, la nominazione stessa dell'individuo proprio, si dà nel suo esser proprietario. La negazione comunista della proprietà decide la negazione dell'individualità.

2)   contro l'idea di "corpo sociale". 
Il "corpo sociale", tanto nella sua declinazione borghese, politica, quanto nella sua declinazione socialmente borghese, comunista, è posizione di un concetto di corporeità che non rappresenta, e annichilisce, il corpo dell'individuo in sé, quando è corporeo e pensante. La corporeità sociale invece si appropria dei corpi individuali a proprio vantaggio, come un ente superiore del tutto alienante. L'alternativa individuale, egoistica, ribelle a tale corporeità sociale non è tanto il corpo in sé e per sé. quanto la carne, la mia carne.

3)   intorno all'idea di "società giusta".
L'unica società giusta è quella che non c'è proprio, perché giusta non può mai esserlo, in quanto immateriale forma sovraindividuale, forma della modernità. Così si dice anche della giustizia, nello stesso contesto. Certo vi è l'ingiustizia, vi è il vivere degli individui in una situazione svantaggiata, illibera, diseguale, ma ciò dipende dalla responsabilità del singolo. Si vive una tale situazione perché la si vuole vivere, o perché non si ha la forza, la capacità, per viverne una migliore. È questo un sovraccarico di responsabilità imputata all'individuo? È il sottodimensionamento delle materiali situazioni di esistenza? Forse sì. Ma per buona io prendo la potenzialità di una forte spinta autoemancipativa, il rifiuto del nascondimento dietro il "vecchio fenomeno di cercare la colpa in tutti gli altri prima che in se stessi".

4)   critica dell'uomo lavoratore.
Il comunismo ha tratti ecclesiali. Mostra un duplice volto: feriale e domenicale. Nei giorni feriali la centralità è il lavoratore, mentre di domenica prevale l'uomo. Nei giorni di festa il comunismo è liberale, nei giorni lavorativi è illiberale. C'è una carenza di laicità, una costrizione di religiosità: una sacra costrizione in standard prefissati che determinano il valore morale dell'individuo. La supervalorizzazione del lavoratore sull'uomo individuo comporta l'esigenza di elevare l'uomo individuo a lavoratore, disconoscendo la legittimità di un uomo che non sia essenzialmente lavoratore. Cristianamente, l'uomo individuo non lavoratore deve essere redento, purificato, dal suo non-lavorare. L'ozio è consentito solo alla domenica. Tale liberalismo sociale è illiberale in quanto ha un atteggiamento moralistico verso il lavoro e la conseguente condanna bigotta del peccato del non-lavoro, con conseguente negazione della libertà.

Il liberalismo risulta essere dunque la declinazione moderna della gerarchia, del discorso del potere. È la cultura della normalizzazione di tutto quanto risulti trasgressivo, ove la vera trasgressione si dà nella piena e consapevole affermazione della individualità propria. Il liberalismo politico pone in essere procedure normalizzanti attraverso la polizia, il diritto, i tribunali e i vari apparati dello Stato. Il liberalismo umano adotta il principio – falso e ipocrita – dell'amore dell'uomo per l'uomo. Il liberalismo sociale, il comunismo, attua la pratica del lavoro, l'etica dell'attività a fini sociali, il premio morale inscritto nell'agire per gli altri. Si tratta in ogni caso di una logica di dominio, che tenta di ridurre il singolo a parzialissima manifestazione accessoria di quel dominio. La radice di tutto ciò sta nel conflitto che evidenzia la capacità nell'uomo all'individuazione personale attraverso la differenziazione da l'altro da sé, che contribuisce, neppure troppo marginalmente, alla cultura del dominio, che noi avversiamo. Ma il pensiero di Stirner, con le sue feconde contraddizioni, a fruttificare nella potenza liberatrice ed emancipatrice, eccedente rispetto ad ogni pretesa normalità, e radicalmente antagonista nei confronti di ogni logica di normalizzazione. L'ulteriorità di questo modello risiede nella latenza, nella proposta flebile, nella silente ma pervadente domanda che un orecchio attento sente riecheggiare di continuo: come uscirne? La forza della proposta sta nella sua debolezza, nel suo risultare sola istanza testimoniale, una minera d'uranio che non vuole esplodere ma implodere, che si pone come infrangibile argine d'indifferenza verso ogni gerarchia e dominio. Tale indifferente ribellione è la miniera di uranio che implode senza far macerie, poiché di per se stessa è terribile energia che si trasforma in macerie. E Stirner lo urla: ciò che ritenete vero è un cumulo di macerie. Da qui potete partire per andare dove è affar vostro!

Fabio Bazzani / Nihil

TERZO. il percorso reazionario

[ sarebbe necessario aspettarsi tutto dall’avvenire, intendendo il verbo sostantivato avvenire come procedimento come: ciò che avviene muovendosi mutandosi; sperimentando smentendosi. e questo in una dimensione del tutto avulsa da quella della cultura ufficiale creata finta da schiere di benpensanti in cerca di una professione. ]

siamo caduti da
le soglie di una rivoluzione a
un coacervo di ex-ribelli ora borghesi
che trasmutano le perle del dissenso
in coreografie mascherate del potere

se non si può più fare alcun processo alla conoscenza, e non essendoci più alcuna intelligenza da considerare, solo il sogno – che per voi è l’incubo – mi lascia tutti i miei diritti alla libertà. così il senso della vostra vita diventa del tutto indifferente ai miei occhi.

“se le ossa fossero gonfie come dirigibili, visiterei le tenebre del Mar Morto. la strada è una sentinella dritta contro il vento che mi avvolge e mi fa tremare davanti alle mie fragili sembianze di rubino. voi potete inventare solo delle povere storie che mi faranno sorridere d’indifferenza. voi, cui la cultura ha dato il potere di usare l’elettricità a mezzogiorno e di restare sotto la pioggia col sole negli occhi, i vostri atti sono gratuiti, i miei sono sognati. lungi da me l’idea di voler sfruttare le vostre immagini e di modificarle in un senso che potrebbe far credere a un progresso. colui che scrive verrà annoverato fra gli assenti. solitudine dello scrivere, non sarai più conosciuta invano. il realismo è mondare gli alberi. il surrealismo è mondare la vita.”

J.-A Boiffard / P. Eluard / R. Vitrae / Nihil

SECONDO. libertà, colore dell’uomo

e ripensando – senti qua – a voi che
un tempo chiamavamo borghesi ..
(tutti in fila ora là schierati tutti: operai e borghesi):
prendi nota dell’espressione: il 2021!
a qualcuno di voi potrei apparir sospetto,
magari ostile, certamente: pericolo.
ecco: stai attento! è la poesia!
io non mi mantengo entro il limite
di un pensiero moderato;
e non prendo per verità intoccabile
il tuo conforto e la sicurezza.
le mie regioni sono strane per te,
quelle del pensiero intendo, la cima.
la mia irriverenza, ancora e per sempre,
marca la critica, rifacendosi fiammata
ogni volta, mentre mi riprendo
sempre più solido nelle vostre mutilazioni.
ma per te son sempre instabile, irrequieto.
e mutevole, sì! avrei una testa inquieta?
la mia esistenza è estranea alla tua,
ma qui da me non c’è nessuna base sicura,
perché sono unico, slacciato, e sì:
scalmanato e nemico.
ma, guardacaso, mi va proprio di
contrappormi al tuo egoismo oggi, che,
dioporco, è diverso dal mio!
che smette la scrematura, rimanda fuochi,
rimpasta di umanità, riproduce!
dai basta! resiste ancora
il mio carapace coriaceo!

PRIMO. il conservatore originario

perlopiù inclassificabile, il nodo
cruciale del mio comportamento
è sepolto – praticamente – nella
soggettività. quello socio-politico,
intendo, di comportamento.
non è qualcosa da imparare, da
insegnare, questa cosa qui. è piuttosto
uno stato dell’essere che,
dell’intrapresa propria, fa
il proprio risultato rivoluzionario,
essenzialmente non specializzato.
la mia ragione d’esistere è, senti bene,
l’idea regolatrice dell’utopia.
quella che fa i conti da molti secoli
con la tua cattiva coscienza. sì! la tua!
che è quella del potere.
sì. e poi sono emotivo. io soffro
della pesantezza del mondo, della
mancanza sostanziale di giustizia,
m’indigno e mi commuovo come
se fossi ogni giorno caricato di pece.
fra universale e il particolare, l’essenza
non risiede nella totalità ma, senza esser
sbugiardato dalla storia, dall’individuale.
individuale connesso, e piuttosto strettamente,
in una rete, e per bene, di felici connessioni.
il valore supremo, la
cellula biologica e sociale, risiede
in me, nell’individuo totale, che forma,
lui sì, la categoria della totalità,
animandola dall’interno.
questo mio temperamento, è proprio
il testimone della singolarità vissuta,
di fronte a quella della folla che,
nel solito tripudio costituito, mi si
oppone fin dal primo respiro ripensato.
io sono la rivolta umana che sussulta
spontaneamente, contro le potenze
livellatrici dell’astrazione, la rigida
sistematizzazione, la melassa
del conformismo. vita e morte.
abitudine all’obbedienza, sottomissione.
autorità, ignoranza, la paura
della libertà e la servitù volontaria
sono aspetti che respingo, stralciando
anche lo Stato, è ovvio, da questa mia
critica liberatrice.
e sono altresì convinto che
ogni specie di potere corrompa
proprio tutti, pure il rivoluzionario,
o l’operaio, e l’uomo più libero,
col libertario, se decidessero di esercitarlo,
come il più falso ipocrita dei diritti
che ti consente lo Stato, in mezzo
alla massa dei governati.
io sono fatto così, credo così. credo
a quel sapore che dopo anni, fra le lontananze,
ti ritorna in mente, con tutti i sensi.
e ritorni all’origine. conservando dentro.
che libertà non è colpa. è il viaggio
che non finirà mai.

cosa c’è? che cosa ti sta succedendo?

ematoma sul cuore e / di nuovo l’infiammazione | il procedimento bloccato e / l’attesa del colpo | la machina macina e / la brigata è pronta per l’Hangar | ma io sono bloccato | allora chiudo gli occhi e / ed è come non voler riaprirli più in questo mondo | un gesto di scherno e / una carezza sul volto | tornare sui miei passi per / vedere se ci sono ancora | mi rarefaccio sempre di più e  / impercettibilmente concentrato _ attraverso me stesso semideserto | sempre più veloce e / con la bocca scentrata

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all’improvviso   [ in ogni
angolo del suo corpo deflagrato ]
un’ala di ferro aerodinamica
si staglia   [ la testa quasi
completamente girata ]   nella
mia veduta del cosmo
materiale –

una piuma   [ trasporto
il carico svelto della
mia testa disincagliata ]   si
veste d’acqua migliorando
la tenuta e   [ completando
il bagliore del mio corpo
bagnato ]   l’erezione
del cielo –

una corda   [ mentre la
caricavo dentro il suo corpo ]
incontrollata e calda e di
carne   [ dell’ultima parola
dell’ultimo gesto ]   si veste
di foresta e gli uccelli
banchettano   [ le faccio
una lunga carezza sul pube ]
sulle ossa intercettate –

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[ non ho una nozione esatta di cosa sia successo. di cosa stia succedendo. di cosa possa succedere. mi alzai in piedi allora. incontrollabilmente, di slancio ]

erosione

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tutta questa memoria tutta   [ riconosco
il tremore al battito _ misura no ]   e _ tutta
questa carne impropria da domare   [ e tutta
questa finzione da _ ammorbidire da far sparire
da istruire ]   ritagliata debitamente –

delineate –

mentre cammino chiuso ora   [ al centro
di un territorio che ho raso al suolo impunemente ]
paralizzato da un equilibrio insano
profumato in mezzo a corpi   [ fluidi
giocosi esposti al buio ]   nudi che
non percepisco più –

tutta la memoria tutta
la carne entrambe delineate –

se rimanessi attento   [ a voler riprendere
ad esibirmi in tutti i momenti dell’incarnazione ]
e trovarmi evanescente come
uno sbuffo inutile di tempo sprecato
[ e privo delle mani privo della testa
privo del corpo ]   del tutto privo dei battiti –

delineate –

il bitume del tepore della serenità
mi ha asfaltato il cuore   [ striato
maculato come occhio termine ]   peraltro
finito di colpo sopra un muro
senza discutere –

anno XXIV della machina

anno XXIII della machina [ 23.10.1993 / 23.10.2016 ]
ora comincia il XXIV

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la machina amniotica ha uno scopo. ha sempre uno scopo, da più di venti anni a questa parte: quello di esplorare, di formare, di fondare il nostro mondo dell’espressione, dirigendoci svelti e attenti come in una corsa su un piano inclinato. salendo o sprofondando, come in una voragine capovolta. in principio la parola, che è assordante. poi il rumore, che si fa orizzonte del mondo, unendosi poi con l’armonia, l’elettronica, la transizione. vicino a un punto dove devono esserci le nostre teste le nostre vite e le nostre sorti, si sviluppa sempre la forma e la sostanza delle nostre chiavi spalancate. performances di poesia, installazioni, interpretazioni performatiche, sonorizzazioni per film sperimentali, concerti: la nostra espressione si risagoma a seconda del territorio da percorrere, da attraversare, da interpretare, fino a disegnarne una planimetria nuova. ma mai una volta in queste esperienze lo spirito muta, mai non si riconosce nel flutto seminale e continuo delle idee. se per essere vicini a qualcosa bisogna per forza essere lontani da qualcos’altro, siamo rimasti senza produzioni per circa dieci anni, ma mai separati, distinti, dissolti. ognuno ha continuato e approfondito i dettagli della propria espressione in molteplici campi, per poi ritrovarsi tutti nella stessa fiamma, tutti – nel cuore della stessa fiamma. e oggi le nostre identità in/attuali dai confini saltati, palpitano insieme come in un unico corpo in formazione nel buio. una volta di più.

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http://www.machinamniotica.it

produzioni fino al 2005 : http://www.machinamniotica.altervista.org/02/03%20testi/produzioni.htm
2004 / VISIVA 04 videoinstallazione in collaborazione con raffaele mandis
2005 / ONE TV HOUR musica sul film di giovanni coda e coreografia di ASMED balletto di sardegna
2006 / NEW YORK BERLIN videoinstallazione/presentazione omonimo libro di mauro pala docente dell’università di cagliari
2015 / BIOETHIC VISION musica sul film di tore manca

prenditi cura delle tue fonti

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se provassi a ripetere
irrimediabilmente
il garbo sicuro con cui
ho imparato le leggi del nero
non potrei fare altro che
rileggermi d’un fiato
tutto ducasse

 

[ i canti di maldoror – poema epico in prosa 6 canti
visionari eccentrici | geniali compatti
1869 _ lacroix
poche copie stampate
consegnate a ducasse
paura della censura
1874 _ in belgio
scarso successo
1952  _ accuse di plagio
poesie I / poesie II ]

 

ecco ora comincio .. aprile 2016

“ piaccia al cielo che il lettore, imbaldanzito e diventato momentaneamente feroce come ciò che sta leggendo, trovi, senza disorientarsi, la sua via dirupata e selvatica attraverso gli acquitrini desolati di queste pagine oscure e venefiche; infatti, a meno che non ponga nella lettura una logica rigorosa e una tensione dello spirito pari almeno alla sua diffidenza, le micidiali esalazioni di questo libro gl’imbeveranno l’anima, come l’acqua lo zucchero. non è bene che tutti leggano le pagine che seguono; solo pochi potranno assaporare questo frutto amaro senza rischio.  “

 

[ ducasse muore  nella propria abitazione /  senza altre informazioni | usava scrivere di notte  suonando il pianoforte /  e declamando le composizioni /  ad alta voce nella notte | sento ancora fra le mura /  il rintocco salato del suo sudore /  delle fauci inondate e l’odore
della saliva ]

si è avuto paura che
quella poesia uscisse dai libri
e rovesciasse la realtà

[ ducasse raffigura con la più sconvolgente efficacia l’insurrezione dell’invisibile nella parola contemporanea, strappandola così alla capsula immunitaria in cui vive incastonata sotto l’influsso di una tradizione plurimillenaria ormai prossima all’estinzione, e rendendola programmaticamente infetta, mortifera ]

 

MALDOROR! | mare senza termine! | appressa il suo volto fuligginoso da rinnegato / voltato e rivoltato _ che sia stato mai rinchiuso | fra le sbarre dell’indagine costituita | continuativamente / in modo ostinato | forma il macchinario immane che genera il moto delle frasi | per volgersi dentro il più buio ed accecante degli abissi | egli attira la condizione ispirata / vegetazioni scarnificate | respingendo mano a mano / il soccorso e la punizione | celandosi eludendo | rovesciando fuorviando / conduce a smarrirsi / in meandri indecifrabili | impastando la scrittura con sudore elettrico / mai la coscienza perde la veglia / in un circostanziato metodo / di architetture non scalfite dal sonno letargico | pur essendo strabocchevole _ ridondante _ rutilante affastellata / la scrittura perdura in una tela non definitiva | ricamata col senso rivoltato / su di sé come in una fucina | vento rapinoso della contraddizione | rilanciato in un vorticoso slancio / impera tutto intorno / lo strato lucido del ragionamento ottimizzato | a suo agio / malgrado velocità smisurate / e plastici planando atterraggi | specchio fedele di una lacerazione il suo volume | malessere esistenziale / orgogliosa diversità | l’odio per la società lo emargina | plurima ricorrenza accanto agli stipiti / di una finestra dissestata che da sul mondo | l’odio che fa tremare ogni muro della stanza / non smuove un solo muscolo in ascolto / della sua faccia | la condizione umana rifinita dallo stile / una progressiva degenerazione / come una ferita | ti ho visto disegnato fra le rigature / nel vetro della stanza | allontanante e spregiatore / in aperta offensiva accanto all’odio | convivendo con l’amore che dalle forme inusitate / comunque riesce a crescere / germogli prensili dalle sfidanti cadute | e accanto all’odio / una reale pietà | incolpevole del suo stato di lordura / l’uomo grufola immansito | e persuasori occulti danzano / sulle rotaie spericolate volte ai tramonti ferrosi | minaccia non presupposta di notte | quando al quinto piano sorge un filo / premuroso di fumo verso un foglio inchiodato sulla parete | indistinto e presagio di nettezza d’idee / il brusìo di sottofondo sferragliante / mentre il foglio vibra consistente e certo / in un panorama d’inferno moltiplicato all’unisono | dall’impronunciabile giorno della mia nascita / ho votato alle assi sonnifere un odio irriconciliabile | la percezione di esorcizzare immancabilmente / ogni via d’uscita lasciata aperta | nega a sé stessa l’impronta fuori fuoco della esuberanza immaginifica | sadismo autofagìa / simulazione negazione | non so esser sincero / se non simulando! | prendo forma nella pagina / senza voler esser percepito | osservare tutto come un spettro / rimasto livido e immanente | dappertutto e in nessun luogo | e tutta la frenesia di queste metamorfosi / questo delirio dell’autoperdizione / mi conduce a non riconoscermi dinanzi a me stesso | sfumato in uno specchio / sintomo di irrimediabile dissesto –

in fondo alla caverna
sbrano metafore e altre retoriche
convinto di precedere
un nuovo tipo di autonomia

 

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ANTONIN ARTAUD et NIHIL
a proposito di isidore ducasse e l’impensabile lautréamont

signor nihil    [ – et an JB – ]

ho delle confidenze da farle a proposito dell’impensabile conte di Lautréamont | morto solo / in una camera d’albergo trasudante genio e traboccante orrore / impertubabilità e convinzione caustica | lucidità e programmazione rivoltosa | morto per edema acuto al polmone / mentre l’etere lo disseminava tutto intorno a germogliare | morto per infarto polmonare / una fila di scheletri a misurargli la febbre maligna | vi sono incendi a volte / repentini di foreste | morto in un albergo / inerte elettrico del corpo esterno | setticemia / pancreatico emorragico / organismo che si digerisce da sé / meningite | balzò sù come una furia / allo stridere dei denti dell’universo | prima tacito poi / insurrezionalista una discrepanza della volontà / e il pianeta si ruppe in due / ridendo a crepapelle

Lautréamont s’introduce nell’anima per dinamitarne le ispirazioni | uno sbocco di petrolio dalla bocca decorata col sogno | la minaccia della folgore che spacca il reale | e contro il borghese iniquo stupido / pernicioso idiota / ipocritamente e consapevolmente | sotto gli occhi di tutti / compone la sua volontà effettiva / che non smette di lavorare nel senso ad irrorare intorno / a forza di veleni rimossi / i miasmi pestilenti non più trattenuti finalmente / e lacerare la realtà che si fece malefica!
Lautréamont / e la sua anima d’insorto integro / che l’essere vuole impedire di poter manifestarsi | morto | trasportato in una fossa comune maleodorante in cimitero | spunta la pretesa di scegliersi da sé i demoni / per riprendersi il corpo | fuliggine di un’armata senza numero / brulicante come l’aria del cielo | e bucarne la brina della tomba in cui veniva trattenuta

Lautréamont nelle lettere piene d’accuse | piene d’invettive e sarcasmi / lo stridere amaro di una poesia irriducibile al quotidiano ordinario | che non può parlare di soldi o di affari / senza scalciare con aggressività | e questo gli uomini non l’hanno mai sopportato | se non fosse morto e avesse insistito a vivere / la società non avrebbe perso l’occasione di internarlo | di far credere che fosse malato quando / si sentisse irritata dalla sua voce stridente / a forza di  spingere il vomere incarnato del verbo nel suo stesso cammino insurrezionale | il lirismo come piaga vendicatrice / non vuole essere utilizzato senza fremere | pertinenza intrinseca di essere reclusa dalla realtà | scarnificata come un interno svuotamento

e il borghese va di domenica a passeggio / e adesso il male è fatto | zeppo di carne da soddisfare / finendo di sudarsi il vino della messa | sacca d’influsso saltellante / sacca carnacina sanguinolenta / sacca calcante l’oscena e ripugnante carnazza dell’apologia dell’essere | e Lautréamont nel mentre che il suo cuore di poeta all’incontrario ossificato il suo coercibile contegno / è irrigidito fortificato nel suo smalto legato al motore della vita vera / ecco che il vampiro gli succhia ogni stilla deviata abbevverandosi impropriamente | imbecille matricolato / cafone ritensivo | consigliando a quel cuore pulsante di rientrare nella norma / di non stridere più

é così perché signor nihil / il mondo non ha mai voluto saperne del genio irriducibile di ducasse | e questo mondo ha voluto farla subito finita / con quell’aggressività scaturente da un cuore / che la vita di ogni giorno catastroficamente indispone | e che alla lunga avrebbe finito col trasportare dappertutto / l’orrore delle sue scorticature! Ducasse non era un allucinato / né un visionario | ma un genio / che non smise mai di vedere chiaro / quando guardava e attizzava nel maggese dell’inconscio inutilizzato | il suo / e nient’altro | poiché non c’è nel nostro corpo / un punto in cui incontrarci con la coscienza di tutti | e nel nostro corpo siamo soli | ma questo il mondo / non l’ha mai ammesso

Ducasse è morto di rabbia per aver voluto conservare la propria individualità / a scapito della convinzione delle tigne ignobili dell’essere / invece di diventare l’imbuto del pensiero di tutti | e il nome di Lautréamont fu il primo mezzo per far uscire fuori il cinismo delle sue scorticature / la cinica e insolita diffidenza delle sue scorticature / le spaventose e diffidenti scorticature | per sviare / a svantaggio della coscienza generale | queste le opere arcindividualistiche di Ducasse / poeta reso furente dalla verità | e ora suda e guarda la propria morte / come da un orifizio della sua bara | in qualità di isidore ducasse

 

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I CANTI DI MALDOROR
di isidore ducasse _ conte di lautréamont
performance permanente
aprile 2016
a cura di
nihilNONorgan
soundscapes + voce
1 _ PIACCIA AL CIELO CHE IL LETTORE
strumentale live electronics
2 _ PRIMO CANTO
su suoni di pianeti e droni casuali
15 _ MALDOROR!
su spazi sonori di eliane radigue
e improvvisazioni elettroniche di nihilNONorgan